Pubblicato da: thinkingbox | 14 gennaio 2010

Sushi, sushi, sushi

Questo e’ un post onnivoro, un po’ come il Senso della vita dei Monty Python. Senza mentine pero’.

Iniziamo dalle cose piacevoli, per cui vale la pena di vivere: il sushi. Oggi sono andato al mio all-you-can-eat preferito, dover per 15$ (poco meno di 10€, incluse tasse, mancia e bibita) ci si puo’ strafogare di sushi di buona qualita’, con un’unica regola: quello che non riesci a mangiare non lo puoi portare via, lo devi pagare. Non e’ meraviglioso? Il posto si chiama Aji Sai ed e’ a un tiro di schioppo dal mio lavoro. L’unico difetto e’ che non si possono avere le cose un po’ piu’ raffinate tipo tonno e cosi’ via. E’ comprensibile, visto il prezzo cosi’ basso.

Il mio compagno di sushi e’ ovviamente il buon David, ex-collega, bislacco e interessante, un amico insomma. A volte riflettiamo sul fatto che il nostro rapporto assomiglia a quello tra House e Wilson, ma non abbiamo ancora deciso chi dei due e’ House e chi e’ Wilson. Piu’ o meno una volta alla settimana mi scappa un’email verso David, in cui gli chiedo di accompagnarmi a prendere la mia dose settimanale di sushi, altrimenti vado in crisi d’astinenza. Non mi stanco mai. Tra i miei preferiti, gli handroll all’avocado, green dragon roll, yam tempura roll e vegetable tempura. Vivrei di tempura. Pizza e tempura. Pizza, tempura e testaroli. Mamma mia da quanto tempo non mangio i testaroli!

Dopo il sushi e’ d’uopo una sosta da Lettieri, dove fanno il miglior espresso di Toronto (parola di Alberto, altro espatriato, ex-collega, amico che pero’ e’ tornato alla base milanese gia’ 2 anni fa).

Ieri parlavo con Gerrome, collega la cui famiglia e’ originaria di Hong Kong. Lui e’ nato qui, quindi e’ un tipico esempio di seconda generazione: canadese fin nel midollo, ma allo stesso tempo a cavallo tra la cultura occidentale e quella orientale. Mi diceva come il sentimento piu’ diffuso nella comunita’ cinese cui appartiene e’ quello di totale superiorita’ rispetto a chiunque altro, occidentali in primo luogo. Non e’ la prima volta che immigrati di origine cinese mi raccontano qualcosa del genere, e’ semplicemente stata un’ulteriore conferma. Da questo punto di vista, i Cinesi vanno al di la’ del razzismo, perche’ non sentono in alcun modo il bisogno di definirsi in relazione a qualcun altro (come invece tipicamente avviene nelle manifestazioni razziste italiche e non). Semplicemente per loro non esiste null’altro al di fuori della Cina e dei Cinesi. E’ un po’ come se noi ci occupassimo degli Escherichia coli: non c’e’ bisogno di essere razzisti nei loro confronti, sono insignificanti.

Deve essere confortante far parte di una cultura con un tale senso di superiorita’. Quando vengo in Italia e sento i milanesi lamentarsi con tono sprezzante dei Cinesi in Via Sarpi non posso che ripensare a queste cose e mi vien da ridere.

Mi viene in mente quando qualche anno fa Michele, piu’ o meno della mia eta’, arrivato qui dalla Puglia per sposare un’italo-canadese, nel mezzo di una conversazione disse che qualcuno gli aveva detto che faceva le cose come un cinese: apriti cielo, “hai il coraggio di dare del CINESE a me?!?” E via una catena di espressioni colorite irriferibili.

C’e’ sempre qualcuno piu’ pariah di te. O piu’ terrone se preferite, usiamo il termine a mo’ di sinonimo. Per quanto uno si senta superiore, ci sara’ sempre qualcun altro che ti considera con disprezzo. E tu a tua volta ti rifarai disprezzando qualcun altro ancora, in un’eterna catena di mutui disprezzi senza fine.

Mentre scrivo, su TVO c’e’ un bel documentario su Marla Olmstead. Non so bene perche’, ma momenti come questi hanno un valore. Derivano vibrazioni positive dallo starmene seduto qui, portatile sulle ginocchia, ad assorbire pezzi di documentario tra una frase e l’altra. Il fatto stesso che queste cose vengano trasmesse fa parte in qualche modo di una certa fascinazione che ho subito nei primi mesi in cui sono arrivato qui e che tutt’ora persevera. Mi ricordo di un sabato pomeriggio quando ancora stavo da Lucy, cioe’ prima di trovar casa, in cui tornato da una corsetta immerso in temperature polari me ne sono stato per un’ora sudato e imbambolato davanti a TVO a guardarmi un documentario/lezione di astrofisica, affascinato dal poter vedere cose cosi’ dannatamente interessanti a un’ora talmente improbabile. Vuoi mettere Studio Aperto?

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