Pubblicato da: thinkingbox | 15 agosto 2011

Salt Lake City, Moab e Arches

Delicate Arch at Sunset

Il lungo silenzio che avrete notato voi quattro gatti affezionati lettori di questo blog e’ causato da fondamentalmente tre motivi:

  1. prima di tutto due settimane di ferie a zonzo per le Rockies a luglio;
  2. poi una settimana speciale al lavoro all’inizio di agosto;
  3. per finire settimana scorsa una conferenza a Salt Lake City.

Vi scrivo in questo momento da qualche parte in volo tra Salt Lake City e Houston.

Sulle Rockies scrivero’ abbondantemente a parte. In questo momento e’ iniziato un lungo processo di selezione del materiale fotografico che vorrei finire prima di iniziare a scrivere.

Per quanto riguarda il lavoro e la conferenza scrivero’ a lungo sul mio blog in inglese riguardo al contenuto diciamo cosi’ “tecnico”. Qui per voi invece alcune note di colore, soprattutto per quanto concerne gli ultimi due giorni.

La settimana e’ iniziata con un “normale” lunedi’ lavorativo, con la differenza che sono andato al lavoro con la valigia, un trolley relativamente piccolo, che spero di riuscire a far passare sempre come bagaglio a mano. Ho sentimenti ambivalenti su questa partenza: da un lato la conferenza mi interessa e in piu’ ho attaccato anche il fine settimana a zonzo per lo Utah; dall’altro in questo momento non ho nessuna voglia di partire, di separarmi da S., A. e M. => sembra che io sia un padre e marito adorabile, ma forse gioca un ruolo importante anche il fatto che siamo appena tornati dalle ferie e preferirei starmene a casa, anziche’ andare in giro. Poi le conferenze mi innervosiscono, le vivo sempre un po’ come delle esperienze solitarie e alienanti.

Comunque ormai sono in ballo e devo ballare. Lascio l’ufficio poco dopo le 14. Il tassista e’ della categoria loquace (i tassisti si dividono infatti in due categorie diametralmente opposte, quelli che non stanno mai zitti e quelli che non riesci a farli parlare nemmeno dietro promessa di una lauta mancia): lui, tassista di citta’, mi fa un po’ di tirate contro i taxi dell’aeroporto, i quali sono i soli che hanno il permesso di prendere persone all’aeroporto. Mi dice anche che nei giorni in cui va male non riesce a portare a casa piu’ di 100$ netti, cifra che a me sembra bassissima, ma gli credo. Comunque non si lamenta. Penso che sia indiano o pachistano, come la maggior parte dei tassisti di Toronto.

Il grosso dubbio della partenza e’ il barilotto di liquido per le lenti: me lo faranno passare i famigerati addetti della TSA e i loro omologhi canadesi? Da quello che leggo online dovrei farcela se lo dichiaro, lo metto in un sacchetto a parte e al limite me lo testano. Il problema dovrebbe porsi solo per le soluzioni pulenti basate su perossido di idrogeno al 3%, ma il mio liquido e’ assolutamente innocuo.

La cosa migliore del volare negli States dal Canada e’ che se non altro si fa l’immigrazione alla partenza, facilitando cosi’ tempi e procedure per le coincidenze negli aeroporti americani. Faccio dei gran sorrisoni e qualche battuta all’americanone che mi interroga, ma lui rimane neutro, mi chiede che vado a fare e gli spiego. La cosa piu’ divertente e’ che mi dice che non sembro italiano, per come parlo inglese. Ovviamente mi fa piacere, ma li’ per li’ sembra quasi inquisitivo: non crede che io sia italiano? Mi chiede come mai parlo cosi’ bene, con accento canadese (ma i Canadesi hanno un accento alle orecchie degli Americani? boh). Gli dico che sara’ perche’ vivo in Canada da 5 anni e la cosa finisce li’.

Passo il controllo di Toronto, sotto lo sguardo annoiato ma vagamente sornione dell’addetta canadese, che annuisce di fronte alla mia segnalazione sul liquido delle lenti a contatto. Non me lo testano neanche, sono quasi deluso.

Arrivo al gate con ampio anticipo e qui inizia la fase piu’ ansiogena del viaggio: l’aereo che mi deve portare a Chicago, dove ho la coincidenza, e’ in ritardo di piu’ di un’ora e c’e’ il rischio che poi si debba aspettare altri 45 minuti prima di decollare per Chicago. Pare che ci sia tempo molto brutto a Chicago e tutti i voli sono in ritardo. Temo di non riuscire piu’ a prendere il volo per Salt Lake City e inizio a innervosirmi: mi aspettavo di avere problemi al ritorno, dove ho solo 50 minuti tra un volo e l’altro a Houston, non all’andata. Pero’ non ho alternative, posso solo aspettare e sperare che i controlli di sicurezza a Chicago siano snelli. E poi il personale di United mi rassicura: e’ probabile che anche il tuo volo a Chicago sara’ in ritardo, per cui stai tranquillo. Non sono per niente tranquillo. Passo il tempo usando il wifi gratuito dell’aeroporto di Toronto, cercando di capire in quale terminal atterro, come muovermi per arrivare al terminal del volo per Salt Lake City e cosi’ via. A complicare ulteriormente la situazione il fatto che volo con United da Toronto a Chicago, ma poi prendo un American Airlines da Chicago a Salt Lake City, per cui non ho nemmeno il boarding pass della coincidenza. E mi sembra di ricordare che l’aeroporto di Chicago sia enorme. Se non altro ho solo bagaglio a mano, per cui male che vada avro’ tutto con me se mi tocca dormire a Chicago.

Alla fine parto da Toronto con quasi due ore di ritardo. Sono fritto. Il volo passa tranquillamente. Niente cibo, solo da bere. Dopo due ore e rotte arriva a Chicago e mi rendo conto di quanto imbecille sono: Chicago e’ un’ora indietro rispetto a Toronto, per cui in realta’ ho ancora un’ora di tempo per prendere la coincidenza. Corro come la famosa gazzella che scappa dal leone (nella versione di Aldo, Giovanni e Giacomo). Problema: sono nel terminal della United e non c’e’ nessuna informazione riguardo ai voli di American Airlines, per cui non posso che andare verso il terminal che ho visto online da Toronto e sperare in bene. Per fortuna riesco a fare tutto a piedi di terminal in terminal senza dover piu’ fare di nuovo i controlli di sicurezza. Arrivo al gate un quarto d’ora prima dell’imbarco, mi fanno il boarding pass e sono cosi’ contento che inizio a chiaccherare con chiunque, dalla signora in fila per prendere una macedonia al tizio seduto di fianco a me. In pratica passo dalle palpitazioni all’euforia senza soluzione di continuita’.

Il volo passa tranquillo. Ho la fortuna di avere il posto in corrispondenza dell’uscita di sicurezza sulle ali, per cui mi stravacco alla grande. La cabina e’ semi-vuota. Hostess e steward sono di buon’umore e simpatici. Scherzano a ogni annuncio.
Abbiamo un lungo tramonto di fronte a noi, vagamente spostato sulla destra (ci muoviamo infatti verso Sud-Ovest). Luna quasi piena, quando il volo arriva a Salt Lake City le montagne e il deserto sono vagamente illuminati.

Arrivo in albergo sul tardi ma sono molto contento di aver scampato il pericolo di un pernottamento a Chicago. L’albergo e’ molto lussuoso e la camera ancora meglio. E’ probabilmente la camera migliore nella quale abbia mai dormito: c’e’ un salottino separato dalla zona notte con divano e poltrone, due armadi a muro, bagno e antibagno, legno e marmo da tutte le parti. Mi sento come un ladro che si e’ intrufolato in una camera non sua. Dormo come un ghiro.

Il primo giorno della conferenza inizia con un’ottima colazione all’aperto, all’ombra dell’edificio mastodontico del Grand America. L’aria e’ meravigliosamente secca e per il momento non troppo calda, a 1330 metri s.l.m. La temperatura nelle sale e’ fredda ma sara’ che ormai mi sto temprando all’uso idiotico dell’aria condizionata da parte di Americani e Canadesi, comunque non mi sento troppo a disagio.

Vedo un po’ di facce conosciute, un paio di tizi di Toronto arrivano persino a salutarmi, ma non mi sento parte integrante di una community tanto da arrivare a fare l’amicone con tutti. Nel corso di questi tre giorni e mezzo rivedo e saluto una decina di persone circa, e ne conosco altrettanti: per me un vero successo, ma continuo a pensare che le conferenze siano fondamentalmente delle esperienze alienanti se non vai con qualche collega o se non sei un consulente/conferenziere che vive di pane e conferenze. Da un punto di vista sociale passo i momenti migliori con Andrea, del quale avevo sentito parlare bene da parte di Matteo: purtroppo non ho assistito alla sua sessione ma nel tardo pomeriggio abbiamo fatto una bella chiaccherata ai bordi della piscina a raccontarci storie e aneddoti americani e canadesi. In serata mi faccio un giro downtown, arrivo al tempio mormone e faccio un po’ di foto al tramonto. Mangio sul tardi in un ottimo sushi bar, dove mi chiedono un documento all’ingresso per dimostrare che ho piu’ dell’eta’ richiesta per consumare alcolici => dico alla ragazza all’ingresso che lo prendo come un complimento ma lei manco mi sorride.

Da notare che quando rientro in camera trovo la luce accesa, musica soffusa, un accapatoio sul letto, cioccolatini, pantofole: sono impressionato e mi sento contemporaneamente un po’ proletario/provinciale in gita premio. E’ cosi’ che si tratta bene la classe dirigente?

Risveglio vagamente problematico. Un pelo di mal di testa, forse dovuto all’altitudine. Collegamento skype con la famiglia a Toronto: A. mi dice letteralmente “Ti manco tanto”, anche se ovviamente intende l’opposto. Solita insalata linguistica, sta traducendo letteralmente “I miss you”. Trovo che sia amorevole quando fa cosi’ e mi spiace quasi correggerlo.

Il menu del secondo giorno non e’ all’altezza del primo, ma non mi lamento. In serata Andrea e io andiamo a mangiare un ottimo e pantagruelico thai. Mentre passeggiamo per downtown nel tentativo disperato di digerire, Andrea incappa in un gruppetto di persone che hanno assistito al suo intervento, tutti e tre molto piu’ giovani di Andrea e del sottoscritto:

  • Bardia, americano di Chicago, penso seconda generazione di immigrati iraniani;
  • Sally, di Toronto, di origine indefinibile, azzarderei vagamente mediorientale, ma chissa’;
  • Tiger, anche lui di Toronto, ma chiaramente cinese.

Seguiamo il trio in una steak house dove Andrea e io li guardiamo mangiare, limitandoci a una birra. Chiacchere piacevoli, senza troppo impegno, anche se puntiamo ogni tanto persino sul sociale e sul politico. Tiger dice che il problema di Toronto e’ che c’e’ troppa gente che vive di welfare e cosi’ la citta’ non ha soldi per pulire i graffiti (il tutto nasce da un’osservazione casuale di Bardia che dice che Salt Lake City e’ proprio pulita, niente spazzatura, niente tag sui muri e cosi’ via). Penso: ma che **BEEP** sta dicendo? Bardia legge il mio silenzio e mi chiede se sono d’accordo. Gli dico: per niente, il mio era un silenzio tattico. Bardia ride e mi sta subito simpatico.
La digestione non migliora piu’ di tanto, ma la serata scorre piacevomente.

Il giorno dopo mi sento ancora piu’ abbrutito e la mia colazione non va piu’ in la’ di un caffe’. Il mal di testa picchia ancora piu’ forte. Bevo come un cammello. Niente pranzo, stasera c’e’ la cena ufficiale. Allora mi ritiro in camera e mangio un’insalata greca, abbastanza per ingoiare due pastiglie contro il mal di testa.

Verso le 7 di sera, uno spettacolo di parkour da’ il via alla serata. Sono bravi, ma un po’ ripetitivi. E poi detesto queste metafore dell’agilita’. La cena e’ buona, ma il party e’ francamente una palla. Prima del dessert si esibiscono degli acrobati sul trampolino, alcuni con gli sci ai piedi: fanno parte della squadra americana di freestyle. Per certi versi piu’ impressionanti dei parkour-isti (si dira’ cosi’?). Alla fine una band a meta’ strada tra blues, soul e gli Abba anima la serata e dopo dopo un po’ me ne vado fuori dalle scatole, il tutto non e’ spaventosamente attraente.

La mattina perfeziono l’ultimo preparativo per il weekend a Moab: voglio infatti andare a far visita all’Arches National Park, suppergiu’ 400 Km a Sud-Est di Salt Lake City. I preparativi constano di:

  • comprare un tubetto di crema solare che non mi venga requisito in aeroporto => preso in hotel;
  • prenotare la macchina => finisco con Enterprise in aeroporto, purtroppo e’ l’unica possibilita’ riconsegnando la macchina di domenica;
  • prenotare un hotel => tutti i suggerimenti della Lonely Planet sono pieni per il weekend, per cui finisco in uno Sleep Inn, caruccio ma con un rating decente su Trip Advisor;
  • prendere un cappello a tesa larga per non friggermi il cervello nel deserto => mi serve davvero? per il momento ho un’idea diversa, vedi oltre.

La conferenza si chiude e io schizzo all’aeroporto. Prendo a bordo un tizio di San Francisco molto simpatico, con il quale chiacchero lungo il tragitto, e un indiano non molto loquace. Enterprise mi da’ una Chevrolet Equinox nuova di zecca: il tachimetro segna solo 12 miglia. La macchina e’ onestamente una favola: radio satellitare, tettuccio, 9 marce, videocamera posteriore per la retromarcia, sedili in pelle e svariate altre cose che scopro poi un po’ per volta. Perche’ ho preso un SUV? Perche’ non so ancora bene esattamente che giri faro’ a Moab e puo’ dirsi che mi infili per strade bianche, dove e’ altamente consigliato l’utilizzo di una macchina a 4 ruote motrici.

Sono elettrizzato, ero stra-stufo di stare in albergo, preferisco essere in viaggio. Il tragitto e’ facile:

  • un pezzetto di 80 fino a incrociare la 15;
  • giu’ sulla 15 fin oltre Provo (dicono che sia la citta’ piu’ conservatrice degli US => meglio pedalare);
  • poi la 191 fino a Moab, con un breve tratto lungo la 70.

Una volta lasciata la 15 lo scenario cambia molto: la strada sale a un passo oltre i duemila metri e poi scende in mezzo al deserto. Lo scenario circostante assomiglia sempre di piu’ all’Arizona e poi mano a mano sabbia, terra e roccie si colorano di rosso.

Arrivo a Moab che sono quasi le 6 di sera e la temperatura e’ soffocante: siamo sui 35 gradi. Lo Sleep Inn non e’ male, il letto e’ enorme e c’e’ persino una poltrona di quelle che ti massaggiano. Faccio una prova, ma devo dire che e’ scomodissima, continuo a saltare, meglio lasciar perdere. Mi informo al Visitor Center (qui si dice Center, mentre in Canada e’ Centre) se abbia senso andare a vedere il tramonto a Dead Horse Point, come consigliatomi dal concierge a Salt Lake City, e poi fare un salto ad Island in the Sky, ma un ranger molto gentile scuote la testa e mi dice che ho tempo solo per Dead Horse Point e, anzi, mi conviene sbrigarmi.

Arrivo a Dead Horse Point che mancano una ventina di minuti al tramonto. La strada per arrivarci da Moab e’ una salita dolce immersa in canyon rosso fuoco, fino a che non arriviamo all’altopiano di Dead Horse Point. In pratica si tratta di una versione in “miniatura” del Grand Canyon, anch’essa scavata dal Colorado e dipinta di rosso. Il tramonto e’ straordinario, arricchito dalla presenza della luna piena. Unico inconveniente sono una mandria di Francesi vocianti che continuero’ a trovare anche il giorno successivo ad Arches. Per una volta non sono gli Italiani i viaggiatori piu’ sgradevoli, anzi, ne trovo qualcuno mite ed estasiato, coppiette isolate qua e la’.

Torno da Dead Horse Point di buon umore e con le ali ai piedi. Scoiattoli e leprotti attraversano la strada di fronte a me di tanto in tanto. Ormai e’ buio. A Moab, decido che e’ troppo tardi per cenare, ma mi concedo un gelato piu’ che decente in un posto che scrive “gelato” sull’insegna, non ice-cream (spesso un ottimo segno). Il pistacchio e’ finalmente mangiabile, non sublime ma se non altro non ha il gusto artificiale e orrendo che si trova sempre in giro a Toronto. Il cioccolato con scaglie e chipotle invece e’ molto buono, con un bislacco retrogusto piccante. A nanna relativamente presto.

Sveglia alle 6, voglio essere ad Arches poco dopo l’alba, altrimenti corro il rischio di sciogliermi al sole. Mi porto quasi 5 litri d’acqua, di cui 1 congelato. La prima tappa e’ a Delicate Arch, il simbolo dello Utah e probabilmente l’arco piu’ famoso. Lascio la macchina e mi avvio di buon passo, come se fossi senza figli (vero) e avessi 20 anni di meno (falso). La temperatura e’ relativamente fresca per il momento, sui 25 gradi. Il sentiero inizia a salire e procede su un misto di sabbia e rocce rosa che mi ricordano Zion. Dopo un tre quarti d’ora arrivo finalmente all’arco e devo dire che e’ veramente uno spettacolo. L’unico neo e’ che se fossimo al tramonto il sole lo illuminerebbe alle nostre spalle e sarebbe molto piu’ bello, ma i ranger me l’hanno sconsigliato: la temperatura nel parco non inizia a scendere prima di notte. Mi riposo, bevo, contemplo l’arco e poi scendo a balzelloni. Ci metto solo 15′ a tornare alla macchina e forse esagero un poco.

Vado all’estremo Nord del parco, Devil’s Garden. Quando inizio a camminare di nuovo sono le 9 del mattino e inizia veramente a far caldo. Mi infilo una maglietta in testa a mo’ di velo che copre spalle, collo e orecchie e ci calco sopra il cappello. Non esattamente all’ultima moda ma efficace. Bevo. Inizio a vedere persone attorno a me che sembrano sull’orlo di un collasso.

Landscape Arch e’ facilmente raggiungibile. Per certi versi e’ piu’ impressionante di Delicate Arch, piu’ instabile. Chissa’ per quanti anni resistera’ ancora? Non piu’ di 20 anni fa ci fu un crollo che levo’ un’altra fetta di roccia. Riusciranno a vederlo i miei figli?

Conosco un tizio dell’Ontario di 66 anni a zonzo per il Nordamerica con la moglie, lasciata in albergo oggi. Mi racconta dei suoi viaggi, di quando sono stati sbalzati fuori dal gommone facendo rafting. Gli manca qualche dente, ma spero di avere il suo dinamismo alla sua eta’.

[…muore la batteria, completo il tutto la mattina del 15 agosto, a Port Credit…]

Devio verso Navajo Arch e Partition Arch. Bellini, ma forse un po’ rovinati dalla presenza costante di bambini francesi schiamazzanti. Quelli con il fischietto in particolare risvegliano in me un istinto verso la punizione fisica che stento a frenare.

Proseguo verso Double O Arch, superando creste di roccia e facendomi trainare per l’ultimo tratto da un gruppo atletico che mi fa da lepre. I due archi sono belli, uno sopra l’altro, ma anche qui gli stramaledetti turisti francesi sono onnipresenti. Penso che bisogna tornare a settembre o in primavera, quando e’ piu’ fresco e ci sono meno turisti in giro. In albergo infatti mi dicono che non si aspettavano cosi’ tanta gente ad agosto, di solito fanno il pieno a settembre, ma di pensionati.

Sono stanco, molto stanco. Continuo a bere, ma l’acqua ormai e’ calda. Torno indietro. L’ultimo chilometro e mezzo e’ uno strazio. Ciondolo un po’, ma nulla in confronto ad altri. E’ ormai l’una e fa un caldo terribile, spossante. Penso alle mie bottiglie di acqua congelata in macchina e mi chiedo se hanno resistito. Ancora qualche passo. Mamma che stanchezza. Ci siamo. Bevo acqua gelida voluttuosamente. Cosi’ va meglio.

Adesso mi riposo un attimo e poi vado a vedere qualche altro arco. Mi metto in pista. Tunnel Arch e’ a un tiro di schioppo. Non c’e’ molto neanche piu’ da camminare, ormai tutti gli altri archi sono a disposizione di brevi tragitti di qualche centinaio di metri al piu’. Ma non ce la faccio, semplicemente sono troppo stanco. Decido di fare una capatina al Visitor Center per rinfrescarmi, ma quando ci arrivo penso che dopotutto l’albergo non e’ lontano, meglio andare a risposarsi.

Arrivo in albergo, mi tolgo le lenti a contatto, spengo l’aria condizionata, chiudo la tenda, mi avvolgo in un asciugamani e dormo letteralmente tutto il pomeriggio. Era da anni che non mi ricordavo di essere cosi’ spossato. Emergo verso le 6 di sera, mi faccio una doccia, imburro le parti esposte al sole anche se le ho protette bene con svariati strati di crema, e chiamo casa con skype. Piu’ tardi esco e mi concedo un meritatissimo ristorante messicano, dove mangio un burrito di carne asada che mi fa quasi piangere dalla gioia per quanto e’ buono.

Faccio il turista e compro qualche maglietta per la famiglia rimasta a casa. I negozi sono pieni di italiani che prendono di tutto, compresi prodotti “locali” made in Arizona, Colorado, Nevada, persino Cina. La frenesia del souvenir.

Il giorno dopo mi sveglio presto di nuovo, colazione un po’ piu’ moderata e poi parto per Salt Lake City, dove arrivo poco prima delle 11. Faccio il check in e una tizia di Continental gentile mi mette nella standby list per il volo precedente, cosi’ ho magari qualche probabilita’ in piu’ di prendere la coincidenza a Houston. E cosi’ infatti va a finire. Sono molto contento.

Per un attimo sopra Houston il sole tramonta a sinistra e la luna sorge a destra, ma sembra molto piu’ in basso del sole. E’ come se galleggiasse direttamente sulla foschia sopra la terra qualche migliaio di metri piu’ sotto. Bellissimo, mai visto niente del genere.

Alle 11 e mezza di sera vedo il sorriso di S. tra la folla degli arrivi di Toronto. Casa. Le mie magliette non producono gli “ooooohh”, “che carina”, “grazie”, che speravo ma non importa. E’ bello essere qui, finalmente.

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