Pubblicato da: thinkingbox | 13 novembre 2011

La chiesa per quelli che non vanno in chiesa

Domenica scorsa ho fatto una cosa veramente bislacca e inusuale per me: sono andato a una specie di funzione religiosa. No, non era un funerale. Neanche un matrimonio: siamo stati invitati da quelli che sono forse i nostri piu’ cari amici qui in Canada ad andare alla loro chiesa (la “c” minuscola avra’ piu’ senso leggendo oltre), con la scusa che in questa occasione avrebbe parlato (“predicato”?) un noto sociologo americano, Tony Campolo.

E’ da un po’ che con molto tatto B. & E. provano a coinvolgerci. Credo che abbiano un intento evangelizzatore, ma il tutto e’ portato avanti con molta discrezione e rispetto e non mi da’ fastidio. Io ho trovato il modo giusto nel tempo di far capire loro che il mio ateismo non lascia spazio a ripensamenti e mi sembra che loro lo accettino di buon grado. Il che non significa evitare l’argomento, tutt’altro. Cio’ che mi fa piu’ piacere e’ che possiamo parlare di religione senza scannarci a vicenda, il che e’ un’esperienza molto gradevole, vista la cultura mostruosa cui accinge B. con disinvoltura, spaziando dall’Antico Testamento a Tom Waits, passando per Barbara Stanwyck e tutta la tecnologia della Apple. Domenica mi ha mostrato con orgoglio le sue svariate Bibbie sull’iPad, una delle quali gli consente di leggere la versione in ebraico antico, giusto per farvi intendere il tipo.

La chiesa non e’ una chiesa: e’ un capannone industriale che una volta era usato da una fabbrica di autoricambi per la Ford. Il tutto e’ stato rimodernato e a parte l’esterno relativamente squallido l’interno e’ a livello di un moderno auditorium. Da un punto di vista concettuale, la Meeting House si presenta come la “chiesa per quelli che non vanno in chiesa”, il che e’ un messaggio geniale, se ci pensate un attimo: al di la’ di tradizionalismi e conservatorismi che lasciano il tempo che trovano, da un punto di vista evangelico quello che conta e’ raggiungere coloro che sono interessati e disponibili a sviluppare un rapporto con il divino. Molti cattolici si allontanano dalla religione soprattutto per via di come e’ intesa e gestita dalle gerarchie ecclesiastiche. Sono convinto che un approccio come quello della Meeting House sia la formula vincente per interpretare i bisogni spirituali di una societa’ evoluta. A scanso di equivoci, per me comunque non c’e’ pericolo di una conversione improvvisa, non vi preoccupate.

Quando entriamo nell’edificio, la funzione precedente e’ ancora in corso. C’e’ un sacco di gente, tutti molto gentili e affabili: “Prego!”, “No, prima lei”, “Che splendida giornata!” e cosi’ via, abbastanza normale per gli standard canadesi, ma se possibile ancora piu’ spinto e piuttosto autentico. Mi sento come Margaret Mead in mezzo ai pigmei del Borneo (liberta’ poetica) e alla fine lo dico anche a B. e E., che ovviamente si mettono a ridere. L’organizzazione e’ perfetta, quasi prussiana:

  • i bambini sono divisi in fasce d’eta’ e seguono un contenuto diverso rispetto agli adulti => il tema della domenica per A. e’ stato la perseveranza (ovviamente letto in chiave religiosa);
  • ogni bambino viene registrato dai genitori e gli viene assegnato un numero, stampato su un tagliando adesivo che il bambino si mette dove gli pare, e su una matrice che rimane al genitore, di modo tale da poter ritirare il bambino all’uscita;
  • in caso di difficolta’ durante la funzione le ultime 5 cifre del proprio numero di telefono lampeggiano su grandi display, di modo che i genitori possano andare a vedere se c’e’ qualcosa che non va con i propri figli (alcuni hanno 2 o 3 anni);
  • attorno all’auditorium c’e’ una libreria, uno spazio per incontrare i predicatori di turno, una specie di baretto autogestito, dove l’offerta per il caffe’ e’ libera (il che mi ricorda il Leoncavallo e dintorni) e vari banchetti dove fare donazioni per progetti per lo piu’ in Africa.

L’auditorium non e’ pieno, ma c’e’ comunque un sacco di gente. L’inizio e’ con un gruppo rock (!), credo guidato da un “reverendo” che avra’ meno di 30 anni, bella voce, chitarra acustica a tracolla. Il genere e’ un rock senza infamia ne’ lode. Il batterista e il chitarrista solista sono bravini. I “testi” sono preghiere ovviamente, proiettati su maxi schermi cosi’ tutti possono cantare. Un karaoke spirituale. Ogni volta che compare la parola “church” e’ appunto in minuscolo.
Mentre il gruppo canta siamo tutti in piedi. Io non canto cosi’ mi guardo attorno. Quasi tutti si muovono a tempo, ancheggiando leggermente e battendo il ritmo con il piede. La gran parte ha le mani in tasca, qualcuno l’immancabile cappellino da baseball calcato in testa. Qualcuno piu’ esagitato si dimena un po’ con le braccia con gesti credo tesi verso il divino. Svariate telecamere professionali riprendono il tutto. Pare che una volta trasmettessero le funzioni via satellite alle altre chiese. I soldi non mancano direi.
Il concerto dura piu’ o meno una ventina di minuti, credo che in tutto suonino 4 canzoni. Poi esce un altro pastore, jeans, camiciona a scacchi, berretto di lana calcato in testa con aria molto trendy. Dice due o tre cose e poi introduce il pastore capo (non so come chiamarlo altrimenti): esce questo tizio con un’aria da roadie molto buffa, pancia da bevitore di birra, capelli lunghi, barba incolta, una maglietta che potrebbe essere dei Motorhead (ma non lo e’ di sicuro). Parla un po’ dei vari progetti di beneficenza che la chiesa ha in piedi, soprattutto in Sudafrica, che e’ poi il motivo principale per cui Campolo e’ da queste parti: esortare i fedeli a donare denaro in assistenza di bambini in famiglie colpite dall’AIDS.
Il roadie introduce finalmente Campolo, il quale parla per una ventina di minuti. Suppongo che tecnicamente sia un sermone, ma sembra piu’ una riflessione a voce alta che altro. Qualche riferimento a passi della Bibbia, un’esortazione a privarsi del proprio a favore di chi ne ha bisogno, e la sfida ad andare oltre semplicemente il “credere” => tutti messaggi ampiamente condivisibili, se privati della loro connotazione spirituale.

Quando la funzione finisce ritiriamo A. presentando il nostro bigliettino. Sembra contento. Dice che vorrebbe tornare. E’ un po’ indottrinato, ma trovero’ sicuramente il modo di ristabilire l’equilibrio.

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Responses

  1. Bellissimo racconto. Bravo, molto evocativo. Almeno per un italiano che sogna di vivere in Canada.


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