Pubblicato da: thinkingbox | 19 dicembre 2011

Flash pre e intrafestivi

La saletta di Giancarlo

Il Christmas Party dell’ufficio e’ andato piuttosto bene. Il clima era disteso e mi e’ sembrato che tutti fossero piu’ disponibili rispetto a un anno fa. Come al solito siamo andati da Giancarlo, che di fatto non ha variato il menu’ dell’anno scorso. Mi sarei strafogato di polenta grigliata e funghi ma era solo un assaggino. Quest’anno mi sono buttato sul pesce, una cernia, non male ma non cosi’ soddisfacente come speravo. La foto che vedete qui e’ quella della saletta che di solito ci riservano per l’occasione.

Nelle settimane scorse S. si e’ come al solito fatta prendere dall’ansia del vestito: oddio cosa mi metto, non ho niente, e cosi’ via. Dopo una ricerca relativamente veloce ha preso un bel vestito sbracciato color fucsia e si e’ fatta confermare da me almeno 1000 volte che stava bene. Dopo un paio di giorni in ufficio la moglie del capo mi ha chiesto se allora S. veniva e io le ho detto di si’, raccontandole del vestito. Pessima idea => quando alla fine la moglie del capo ha spedito un’email con le coordinate per la cena ha pensato bene di aggiungere quanto segue: “We have heard that S. has a lovely new dress for the occasion…”

Ho immediatamente risposto alla moglie del capo facendole capire che la mia vita era destinata a essere terminata prematuramente e che la prima cosa che S. mi avrebbe detto rientrando quella sera sarebbe stato: “Ti odio”. A quel punto mezzo ufficio si e’ messo a prendermi per i fondelli con gran sollazzo di tutti quanti. Indovinate cosa e’ stata la prima cosa che mi ha detto S. rientrando a casa quella sera? Appunto, previsione azzeccata al 100%.

Ma la storia non e’ finita. Il giorno del party S. si e’ fabbricata un cartello da appendere al collo con la scritta: Yes, my dress is fabulous, che ha riscosso molto successo. E le mie guance sono avvampate di rosso nuovamente.

Il primo Natale in Canada e’ andato piuttosto bene. Diverse sessioni di Skype ci hanno concesso di partecipare almeno un poco, da un punto di vista virtuale, all’apertura dei regali. Quest’anno sono riuscito a mandare un pacco di ThinkGeek, debitamente integrato con prodotti locali (vino e dolci). Il giorno di Natale ci siamo concessi una piccola orgia privata a base di pacchetti, per lo piu’ per il piacere di A. Nel pomeriggio siamo andati da amici italiani a mangiare un panettone che si e’ presto trasformato in lingua in salsa verde, agnolotti in brodo e altro ben di dio. La lingua era cosi’ buona che mi sembrava di essere in paradiso.

Ho deciso di lavorare 28-29-30 e di recuperare il giorno di Natale il 27 (in Canada se una festivita’ casca nel weekend, viene sempre recuperata di solito a ridosso del weekend stesso). Quindi il 27 ho avuto la geniale idea di andare con S. e i bambini a vedere la mostra di Chagall e degli avanguardisti russi all’AGO. Proprio un’idea superlativa. Mai piu’, M. mi ha straziato in ogni modo possibile e immaginabile. La prossima volta li lascio con una babysitter sadica nazista affetta da disturbi della personalita’. La mostra comunque e’ bella, credo, per quel poco che sono riuscito a godermela. Gran parte se non tutto il materiale proveniva dal Beaubourg di Parigi. E l’AGO comunque meriterebbe una visita con un po’ di calma per la propria collezione, in gran parte basata sul cosiddetto Gruppo dei 7, ma non solo. Purtroppo e’ tutto materiale affetto da  copyright e quindi non posso riportare nessuna immagine, ma una semplice ricerca con Google vi puo’ far fare facilmente un’idea.

Pubblicato da: thinkingbox | 3 dicembre 2011

Buon Natale, magazzini Potter!

Ogni anno, come si conviene, sotto Natale arriva La vita e’ una cosa meravigliosa, di Frank Capra, con James Stewart, Donna Reed e Lionel Barrymore, prozio di Drew, nel ruolo del perfido Potter. Assieme a Il canto di Natale di Dickens, fa parte della tradizione nordamericana del Natale. Ovviamente, la mia versione preferita e’ Scrooged, con Bill Murray, trasmesso a ciclo continuo per ore e ore di fila da AMC giusto qualche giorno fa. Invece oggi e’ proprio il turno del film di Capra, in onda mentre vi scrivo queste parole.

Ieri sera invece il sommo talento di Andrea Bocelli ha occupato gli schermi della PBS, canale pubblico americano, grazie al suo concerto di settembre al Central Park di New York. Quando ha duettato con Celine Dion avevo i brividi. Causati dal vomito, intendo. S. dice che sono uno snob acido e perfido. Sara’, ma posso spiegare dottamente perche’ Bocelli e’ disgustoso. Ma mi ci vorrebbe un fiume di parole e francamente preferisco occuparmi d’altro. Non e’ evidente? Non e’ nemmeno vero che io sia un esterofilo che non sa apprezzare la musica italiana. Dopotutto i mai abbastanza compianti CSI sono uno dei miei gruppi preferiti e poco male se non hanno molto a che spartire con la tradizione melodica sanremese e se Lindo si e’ purtroppo completamente rincitrullito in tempi recenti.

Ore 21:41, dormono tutti, siamo svegli solo io e James Stewart. Sono seduto per terra, con la schiena appoggiata al divano. M. mi russa nelle orecchie, S. dorme seduta al centro con in grembo le gambe intrecciate di entrambi  i bimbi e A. e’ abbracciato al cuscino dalla parte opposta.

Settimana scorsa il gruppo scout di A. ha avuto un’uscita al Museo degli Aerei da Guerra di Hamilton. Siamo partiti venerdi’ dal parcheggio della scuola poco prima delle 6 di pomeriggio, sosta da Tim Horton per caffe’ e donut e poi ci siamo avviati verso Hamilton, a 60 Km da qui. Io avevo in macchina due altri bambini oltre ad A. Morale: un casino pazzesco, mi hanno assordato mentre guidavo in coda. Io ho cercato di rifarmi con la radio ma a un certo punto A. mi ha chiesto se potevo spegnere.

Il posto comunque e’ notevole e l’esperienza e’ stata quantomeno significativa. Non e’ da tutti passare la notte in un sacco a pelo sotto le ali di un bombardiere B-25 con una pinup disegnata sulla fusoliera. A. ha letteralmente dormito sotto una bomba, montata nella pancia dell’aereo. La notte e’ stata una schifezza, dormito poco e male, ma ne e’ valsa la pena. Uno dei compagni di A. e’ pure stato male e qualche schizzo di vomito e’ giunto pure sul materassino di A. (che ovviamente ho ripiegato io nel mattino => ma gli scout non dovrebbero arrangiarsi da soli?)

NA B25-j Mitchell by Alive in Calgary. Some rights reserved.

NA B25-j Mitchell by Alive in Calgary. Some rights reserved.

Mercoledi’ invece ho avuto una giornata campale, iniziata con un paio d’ore al Consolato Italiano di Toronto: armato di certificato medico dovevo farmi fare una carta per il rinnovo della patente italiana. Arrivo al consolato alle 10:30, ho il numero 17, stanno servendo il 7 e io come al solito, da perfetto ingenuo con la memoria corta, penso: “Oh bene, tra poco tocca a me”. Dopo 1 ora siamo al 13, una lentezza inconcepibile. La sala d’attesa ha un gusto tipicamente italico: belloccia ma trasandata, di una bellezza vecchia e ormai sfatta, tra squallido e decadente. Troneggia un maxischermo LCD con i colori a remengo, che trasmette immagini di plastica in stile agenzia turistica. A un certo punto penso mostri una strada tortuosa lungo la costiera amalfitana, ripresa da un elicottero, e mi godo un bel sorpasso in curva con doppia striscia continua. That’s Italy.

[James Stewart in questo momento ha il faccione lungo allucinato. Nessuno lo riconosce, tutto e’ storto, ormai Clarence ha vita facile a convincerlo che la sua vita vale qualcosa. Donna Reed fa la zitella con gli occhiali.]

Poco dopo mezzogiorno arriva il mio turno. L’impiegata e’ gentile e ci prova, ma come lei stessa ammette non e’ usa alla pratica, ormai di rinnovi di patente non ne fanno piu’. Saranno almeno 30 anni che il flusso migratorio dall’Italia si e’ praticamente prosciugato. Per cui la cosa va per le lunghe. Alla fine riesco a uscirne, vado al lavoro. Verso le 4 mi chiama S.: la macchina si e’ rotta, non parte piu’. Bisogna farla trainare dal meccanico. Per fortuna la mia carta di credito mi da’ diritto a un servizio di questo tipo, gratuito. Li chiamo per avvisarli, non c’e’ problema, prendono tutti i dati, hanno solo bisogno che mi faccia trovare alla macchina. Dico loro che li richiamo da casa poco dopo le 6.

Sono quasi le 5 e una mezza emergenza coinvolge tutti in ufficio: c’e’ da finire una demo per il giorno dopo, per cui faccio la mia parte. Perdo un treno. Ne perdo un altro. Sto per perdere il terzo, quando la demo viene rimandata di 24 ore. Ho poco piu’ di 15 minuti per arrivare in stazione, per evitare di essere obbligato a fermarmi downtown per un’ora e venti di piu’. Schizzo via come una palla di cannone. Corro, letteralmente, sotto la pioggia. Niente tram, ma almeno il metro’ arriva subito e salgo sul treno appena in tempo. Sono esausto.

Arrivo a casa, richiamo il servizio di soccorso stradale, mi dicono che il carro attrezzi arriva in meno di mezz’ora, per cui sempre sotto l’acqua vado a piedi alla macchina. Entro in macchina, fa freddino e me ne sto al buio. Purtroppo il carro attrezzi arriva in realta’ dopo un’ora. Gli spiego dove deve portare la macchina e torno a casa, sempre sotto la pioggia, carico di ombrello aggiuntivo, seggiolino per M. e gli omini Lego che A. si e’ raccomandato di prendere. Arrivo a casa stravolto e intirizzito. A. vuole ovviamente sapere solo dei suoi omini.

E’ una questione di qualita’.

PS: ma quanto attuale e’ Tutti giu’ per terra? Sembra che piu’ passano gli anni, piu’ abbia senso. Gran bel libro, gran film, fantastica colonna sonora.

Pubblicato da: thinkingbox | 23 novembre 2011

Grani di sale

Stamattina ho visto i primi grani di sale per strada. In teoria durante la notte e’ scesa un po’ di freezing rain (mi rifiuto di chiamarla pioggia congelantesi) e quindi si e’ trattata di una misura precauzionale corretta, pero’ la temperatura e’ salita sopra lo zero abbastanza presto. Per il momento e’ un autunno insolitamente caldo e asciutto. Spero che duri.

Tra domenica e lunedi’ sera ho visto quasi per intero un documentario su Woody Allen, il che casca a fagiolo, visto che il penultimo film che abbiamo visto e’ Midnight in Paris, che vi consiglio molto (pare che in Italia esca tra una decina di giorni).

 

Sembra che “Midnight in Paris” sia uno dei film di Woody Allen di maggior successo, cosa che ovviamente mi fa molto piacere. Qui e’ fuori da un po’ e al cinema eravamo in 15 in tutta la sala (ma 2 persone se ne sono andate prima della fine). S. commentava che per una volta e’ un piacere vedere un film “europeo”: sono abbastanza d’accordo, nulla contro il cinema americano di qualita’ (espressione veramente pallosissima, ma non saprei come dirlo diversamente), ma viaggia su un piano che non si interseca con il corrispondente cinema europeo. Non credo che uno prevalga sull’altro, semmai si completano a vicenda.

S. diceva che le e’ anche venuta una gran voglia di passare del tempo in citta’ europee. Non posso darle torto pensando a Parigi.

Comunque “Midnight in Paris” e’ a mio avviso a livello dei migliori film di Woody Allen. Owen Wilson e’ una sorpresa.

Sabato scorso invece siamo andati a vedere J. Edgar, di Clint Eastwood e Leonardo di Caprio, che dovrebbe arrivare in Italia per la Befana.

 

Anche questo ve lo consiglio. Leonardo di Caprio e’ un mostro e Clint Eastwood e’ un ottimo regista come al solito. Mi spiace solo che Naomi Watts abbia avuto una parte relativamente secondaria. La vicenda umana di J. Edgar Hoover e’ affascinante e incredibile allo stesso tempo: e’ incredibile come personaggi fondamentalmente abietti anche se capaci possano avere tanto potere e per cosi’ tanto tempo. Beh, pensando ai politici italiani, di capacita’ enormemente inferiore, in fondo non e’ cosi’ incredibile.

Monti delude gia’ da questa parte dell’oceano. La politica italiana e’ tornata una cosa noiosa. Volete mettere Bunga Bunga rispetto a SuperMario?

 

Pubblicato da: thinkingbox | 13 novembre 2011

La chiesa per quelli che non vanno in chiesa

Domenica scorsa ho fatto una cosa veramente bislacca e inusuale per me: sono andato a una specie di funzione religiosa. No, non era un funerale. Neanche un matrimonio: siamo stati invitati da quelli che sono forse i nostri piu’ cari amici qui in Canada ad andare alla loro chiesa (la “c” minuscola avra’ piu’ senso leggendo oltre), con la scusa che in questa occasione avrebbe parlato (“predicato”?) un noto sociologo americano, Tony Campolo.

E’ da un po’ che con molto tatto B. & E. provano a coinvolgerci. Credo che abbiano un intento evangelizzatore, ma il tutto e’ portato avanti con molta discrezione e rispetto e non mi da’ fastidio. Io ho trovato il modo giusto nel tempo di far capire loro che il mio ateismo non lascia spazio a ripensamenti e mi sembra che loro lo accettino di buon grado. Il che non significa evitare l’argomento, tutt’altro. Cio’ che mi fa piu’ piacere e’ che possiamo parlare di religione senza scannarci a vicenda, il che e’ un’esperienza molto gradevole, vista la cultura mostruosa cui accinge B. con disinvoltura, spaziando dall’Antico Testamento a Tom Waits, passando per Barbara Stanwyck e tutta la tecnologia della Apple. Domenica mi ha mostrato con orgoglio le sue svariate Bibbie sull’iPad, una delle quali gli consente di leggere la versione in ebraico antico, giusto per farvi intendere il tipo.

La chiesa non e’ una chiesa: e’ un capannone industriale che una volta era usato da una fabbrica di autoricambi per la Ford. Il tutto e’ stato rimodernato e a parte l’esterno relativamente squallido l’interno e’ a livello di un moderno auditorium. Da un punto di vista concettuale, la Meeting House si presenta come la “chiesa per quelli che non vanno in chiesa”, il che e’ un messaggio geniale, se ci pensate un attimo: al di la’ di tradizionalismi e conservatorismi che lasciano il tempo che trovano, da un punto di vista evangelico quello che conta e’ raggiungere coloro che sono interessati e disponibili a sviluppare un rapporto con il divino. Molti cattolici si allontanano dalla religione soprattutto per via di come e’ intesa e gestita dalle gerarchie ecclesiastiche. Sono convinto che un approccio come quello della Meeting House sia la formula vincente per interpretare i bisogni spirituali di una societa’ evoluta. A scanso di equivoci, per me comunque non c’e’ pericolo di una conversione improvvisa, non vi preoccupate.

Quando entriamo nell’edificio, la funzione precedente e’ ancora in corso. C’e’ un sacco di gente, tutti molto gentili e affabili: “Prego!”, “No, prima lei”, “Che splendida giornata!” e cosi’ via, abbastanza normale per gli standard canadesi, ma se possibile ancora piu’ spinto e piuttosto autentico. Mi sento come Margaret Mead in mezzo ai pigmei del Borneo (liberta’ poetica) e alla fine lo dico anche a B. e E., che ovviamente si mettono a ridere. L’organizzazione e’ perfetta, quasi prussiana:

  • i bambini sono divisi in fasce d’eta’ e seguono un contenuto diverso rispetto agli adulti => il tema della domenica per A. e’ stato la perseveranza (ovviamente letto in chiave religiosa);
  • ogni bambino viene registrato dai genitori e gli viene assegnato un numero, stampato su un tagliando adesivo che il bambino si mette dove gli pare, e su una matrice che rimane al genitore, di modo tale da poter ritirare il bambino all’uscita;
  • in caso di difficolta’ durante la funzione le ultime 5 cifre del proprio numero di telefono lampeggiano su grandi display, di modo che i genitori possano andare a vedere se c’e’ qualcosa che non va con i propri figli (alcuni hanno 2 o 3 anni);
  • attorno all’auditorium c’e’ una libreria, uno spazio per incontrare i predicatori di turno, una specie di baretto autogestito, dove l’offerta per il caffe’ e’ libera (il che mi ricorda il Leoncavallo e dintorni) e vari banchetti dove fare donazioni per progetti per lo piu’ in Africa.

L’auditorium non e’ pieno, ma c’e’ comunque un sacco di gente. L’inizio e’ con un gruppo rock (!), credo guidato da un “reverendo” che avra’ meno di 30 anni, bella voce, chitarra acustica a tracolla. Il genere e’ un rock senza infamia ne’ lode. Il batterista e il chitarrista solista sono bravini. I “testi” sono preghiere ovviamente, proiettati su maxi schermi cosi’ tutti possono cantare. Un karaoke spirituale. Ogni volta che compare la parola “church” e’ appunto in minuscolo.
Mentre il gruppo canta siamo tutti in piedi. Io non canto cosi’ mi guardo attorno. Quasi tutti si muovono a tempo, ancheggiando leggermente e battendo il ritmo con il piede. La gran parte ha le mani in tasca, qualcuno l’immancabile cappellino da baseball calcato in testa. Qualcuno piu’ esagitato si dimena un po’ con le braccia con gesti credo tesi verso il divino. Svariate telecamere professionali riprendono il tutto. Pare che una volta trasmettessero le funzioni via satellite alle altre chiese. I soldi non mancano direi.
Il concerto dura piu’ o meno una ventina di minuti, credo che in tutto suonino 4 canzoni. Poi esce un altro pastore, jeans, camiciona a scacchi, berretto di lana calcato in testa con aria molto trendy. Dice due o tre cose e poi introduce il pastore capo (non so come chiamarlo altrimenti): esce questo tizio con un’aria da roadie molto buffa, pancia da bevitore di birra, capelli lunghi, barba incolta, una maglietta che potrebbe essere dei Motorhead (ma non lo e’ di sicuro). Parla un po’ dei vari progetti di beneficenza che la chiesa ha in piedi, soprattutto in Sudafrica, che e’ poi il motivo principale per cui Campolo e’ da queste parti: esortare i fedeli a donare denaro in assistenza di bambini in famiglie colpite dall’AIDS.
Il roadie introduce finalmente Campolo, il quale parla per una ventina di minuti. Suppongo che tecnicamente sia un sermone, ma sembra piu’ una riflessione a voce alta che altro. Qualche riferimento a passi della Bibbia, un’esortazione a privarsi del proprio a favore di chi ne ha bisogno, e la sfida ad andare oltre semplicemente il “credere” => tutti messaggi ampiamente condivisibili, se privati della loro connotazione spirituale.

Quando la funzione finisce ritiriamo A. presentando il nostro bigliettino. Sembra contento. Dice che vorrebbe tornare. E’ un po’ indottrinato, ma trovero’ sicuramente il modo di ristabilire l’equilibrio.

Pubblicato da: thinkingbox | 10 ottobre 2011

Grazie del tacchino

La novita’ di questo Thanksgiving e’ il tacchino: finalmente ci siamo decisi a uniformarci agli usi e costumi locali, e poi a me il tacchino piace molto. Mio padre mi ha fatto promettere di fare una foto a cottura ultimata, per cui ecco qua:

L’unico problema e’ che abbiamo sbagliato a seguire le istruzioni e anziche’ esser pronto alle 7 era cotto a puntino alle 9 e mezza. A quel punto eravamo prossimi a rosicchiarci vicendevolmente le caviglie per la fame. Mangeremo tacchino per svariati giorni, visto che la bestia era da 6 chili.

Dopo temperature orrende il tempo e’ esploso e in questo momento sono in calzoncini corti. Per una volta fa piu’ caldo qui che in Italia. Siamo andati a farci un giro alla ricerca delle foglie rosse. Mi sembrano indietro quest’anno, forse per via dell’estate calda e asciutta. Comunque lungo Forks of the Credit Road e la Hockley Valley di foglie arancioni ne abbiamo viste molte. Poco rosso. Ho stancato tutti con un paio di sgroppate di quasi 2 ore ciascuna e non capisco se mi amano o mi odiano. Ovviamente pranzo al sacco a base di panini al tacchino.

Sabato sera S. e io siamo andati a vedere The Ides of March, di e con George Clooney. Niente male, magari una storia un po’ scontata, ma per niente male e girato bene. Kudos a George. E poi ci sono alcuni attori in ruoli secondari che semplicemente adoro: l’immenso Philip Seymour Hoffman, quella faccia incredibile di Paul Giamatti e l’eterna Marisa Tomei.

In settimana ci sono state le elezioni provinciali dell’Ontario. La cosa e’ piuttosto importante, per via dello statuto federale del Canada, assai piu’ spinto ovviamente rispetto alle finte aspirazioni dei legaioli. Ad esempio, sia sanita’ che educazione sono interamente a carico delle province, di cui costituiscono il capitolo di spesa principale. Nelle ultime due legislature l’incarico e’ andato a Dalton McGuinty e ai liberali, che da svariati anni dominano l’Ontario. Le ultime elezioni federali hanno visto un’ascesa irresistibile dei conservatori e in molti si aspettavano un’altra debacle liberale. I primi sondaggi davano Hudak e i conservatori in vantaggio di 10 punti, con una campagna stampa molto aggressiva e un bombardamento di spot elettorali contro McGuinty, dipinto come “The Tax Man”. Figuratevi che persino A. e’ venuto a chiedermi: “Papa’, chi e’ The Tax Man? E’ cattivo?”

Nonostante tutto i liberali hanno mantenuto la calma, hanno puntato sulla solidita’ e l’esperienza e sono riusciti in un recupero insperato, conquistando 53 seggi su 107, a un solo seggio dalla maggioranza assoluta. I conservatori hanno confermato i passi avanti nell’Ontario rurale e piu’ depresso, ma non sono riusciti a fare breccia a Toronto e nella GTA, fermandosi a 37 seggi, mentre l’NDP ne ha conquistati 17. I liberali si avviano quindi a un governo di minoranza, concetto impensabile per l’Italia, ma che qui funziona piuttosto bene, devo dire. Da notare che al cosiddetto voto popolare, la distanza tra liberali e conservatori e’ solo del 2.2%, amplificata per via di una legge elettorale con collegi uninominali e turno unico. Un sogno, mi vien da dire, ma ovviamente qui c’e’ chi si lamenta e vorrebbe passare al proporzionale, tipicamente i partiti minori che fanno una gran fatica ad essere rappresentati.

Ho fatto un paio di post su Google +, piu’ per togliermi lo sfizio che altro. D’altronde fino a che Google non pubblichera’ un’API di scrittura mi sembra difficile che la cosa prenda piede. A questo punto non e’ nemmeno chiaro quale possa essere il futuro della piattaforma. Personalmente tutte le limitazioni che Google ha posto per il momento non mi fanno avere molta voglia di bazzicarci. Vedremo.

Pubblicato da: thinkingbox | 2 ottobre 2011

Santa suocera

Il primo giorno d’ottobre coincide con il primo giorno in cui abbiamo acceso il riscaldamento. Ieri mattina c’erano 8 gradi in giro e francamente non aveva piu’ senso rimandare. Con il primo freddo e’ anche arrivato giustamente il primo risotto.

Ieri pomeriggio il cielo si e’ pulito ed era letteralmente piu’ blu del cielo dipinto di blu. Siamo andati a fare una passeggiata in zona. Un sacco di alberi iniziano a cambiar colore. In questo momento ci sono 5 gradi, belli ventosi. Freschetto, ma nel giro di qualche giorno dovremmo tornare brevemente sui 20 gradi. Faccio fatica ad adattarmi all’idea che le temperature sono fondamentalmente cambiate. Speriamo, gli ultimi fuochi… a proposito, mi sa che val la pena di pensare di accendere il fuoco di nuovo. Purtroppo il mio vicino spacciatore di legna se n’e’ andato, quindi la mia scorta e’ piuttosto esigua. Vabbeh, bruceremo quello che c’e’ da bruciare e poi si vedra’.

Il primo giorno d’ottobre coincide anche con la morte di ThinkCode.TV: e’ un gran peccato, ma cosi’ e’ la vita. Penso che a questo riguardo postero’ a lungo, probabilmente in inglese.

In questi giorni e’ anche arrivata mia suocera dall’Italia. Gran donna, settantenne arzilla e piena d’entusiasmo. I bambini giustamente la adorano e sono ugualmente ricambiati. Io non comprendo tutte le storiacce che si raccontano sulle suocere perche’ tra le mille virtu’ di E.:

  • mi porta in palmo di mano => se c’e’ una discussione tra me e mia moglie e’ piu’ facile che dia ragione a me anziche’ a sua figlia;
  • non parla una parola di inglese, ma se serve si fa capire perfettamente => non so cosa darei per essere presente ai suoi colloqui con l’immigrazione all’arrivo in Canada;
  • da brava emiliana, cucina favolosamente => ho deciso che quest’anno voglio che mi insegni a fare la pasta fatta in casa.
E poi soprattutto E. ci dara’ qualche occasione per andare al cinema o comunque uscire per conto nostro, cosa che le garantisce la mia eterna riconoscenza e gratitudine.
Pubblicato da: thinkingbox | 5 settembre 2011

Il Labour Day e l’art. 18

Il Labour Day marca la fine dell’estate e l’inizio della scuola: sia in Canada che negli Stati Uniti ogni anno la scuola inizia il giorno dopo il Labour Day, che casca sempre il primo lunedi’ di settembre. La festa preferita da tutti i genitori del continente, che finalmente mandando a scuola i figli recuperando un po’ di sanita’ mentale. Ah, e ovviamente negli States si dice Labor, non Labour.

Di fatto il Labour Day e’ una versione ormai apolitica ed edulcorata del primo maggio. E’ curioso notare come il primo maggio, nonostante abbia avuto origine da eventi negli Stati Uniti, e’ una celebrazione ignorata da questa parte dell’oceano. Nell’immaginario collettivo rimane legata alle megaparate militaresche dell’Unione Sovietica, probabilmente a causa del suo legame con l’Internazionale Socialista.

L’origine del Labour Day in Canada e’ da attribuire a uno sciopero dei tipografi a favore di una settimana lavorativa di sole 58 ore! Non riesco neanche a immaginarmelo. 10h di lavoro al giorno, ovviamente 6 giorni lavorativi su 7.

Questo mi da’ la scusa per parlare anche dei recenti aggrovigliamenti del governo italiano riguardanti il famigerato articolo 18. Non ho particolare interesse a commentare la specificita’ del decreto legge, ma mi preme sottolineare come io negli anni abbia cambiato idea in proposito. Mi sono sempre considerato uno strenuo difensore dell’articolo 18, fino a che non sono venuto in Canada. Bisognerebbe spiegare a lungo e per bene, ma per intanto:

  • Visto dal Canada il mercato del lavoro italiano e’ immobile, stantio e totalmente privo di opportunita’ e questa e’ una differenza enorme => il lavoro precario e’ marginale rispetto a quello a tempo indeterminato e i lavori a progetto sono realmente tali, ovvero dei progetti che hanno un inizio e una fine ed eventualmente possono essere prolungati o diventare permanenti, ma nessun datore di lavoro si sognerebbe di mascherare un lavoro a tempo indeterminato sotto forma di sequenza infinita di lavori a progetto
  • La recente crisi economica non ha creato grandi sconquassi in Canada, diversamente da quanto e’ successo e continua a succedere negli Stati Uniti => dico questo soltanto per sottolineare come la flessibilita’ del mercato del lavoro non sia solo distruttiva nei momenti di contrazione economica
  • Il welfare canadese consente a chi rimane senza lavoro di ricevere una specie di sussidio per 1 anno (o anche meno, se uno trova lavoro prima) sotto forma di una percentuale significativa dell’ultimo stipendio e in funzione dei contributi versati in precedenza
  • Non solo, lo stesso tipo di programma aiuta anche chi e’ rimasto senza lavoro a mettere in piedi attivita’ in proprio, offrendo finanziamenti in parte a fondo perduto, in parte a tasso agevolato

Quando parlo di queste cose immancabilmente S. marca le sue differenze con me, ricordandomi che se uno vuole fare qualcosa per l’Italia il problema non e’ l’articolo 18 in se’ o quantomeno non solo quello. Se rendi flessibile il mercato del lavoro, dice S., devi contemporaneamente bilanciare le tutele, ad esempio agendo sul welfare. Sono d’accordo ovviamente, ma dal mio punto di vista il problema e’ legato all’urgenza della situazione attuale: il declino del sistema Italia sembra inarrestabile e bisogna fare qualcosa subito, adesso, ieri potendo. Se questo significa iniziare dall’abolizione dell’articolo 18, ebbene io penso che la sinistra debba farsi coraggio e affrontare il problema con determinazione. E lo dico partendo da un punto di vista omologo, non di certo antitetico. La miopia della CGIL sul tema mi sembra sconcertante, comprensibile solo superficialmente. Com’e’ possibile non vedere dove sta portando questa chiusura mentale?

Vabbeh, in modo molto anglosassone alleggerisco il tutto virando sul tempo. Sembra quasi che anche il tempo abbia voluto marcare la fine dell’estate: siamo passati dai 38 gradi di humidex di ieri ai 15 reali di adesso. Quasi quasi tra un po’ vado a prendere la legna e accendo il fuoco.

Pubblicato da: thinkingbox | 15 agosto 2011

Salt Lake City, Moab e Arches

Delicate Arch at Sunset

Il lungo silenzio che avrete notato voi quattro gatti affezionati lettori di questo blog e’ causato da fondamentalmente tre motivi:

  1. prima di tutto due settimane di ferie a zonzo per le Rockies a luglio;
  2. poi una settimana speciale al lavoro all’inizio di agosto;
  3. per finire settimana scorsa una conferenza a Salt Lake City.

Vi scrivo in questo momento da qualche parte in volo tra Salt Lake City e Houston.

Sulle Rockies scrivero’ abbondantemente a parte. In questo momento e’ iniziato un lungo processo di selezione del materiale fotografico che vorrei finire prima di iniziare a scrivere.

Per quanto riguarda il lavoro e la conferenza scrivero’ a lungo sul mio blog in inglese riguardo al contenuto diciamo cosi’ “tecnico”. Qui per voi invece alcune note di colore, soprattutto per quanto concerne gli ultimi due giorni.

La settimana e’ iniziata con un “normale” lunedi’ lavorativo, con la differenza che sono andato al lavoro con la valigia, un trolley relativamente piccolo, che spero di riuscire a far passare sempre come bagaglio a mano. Ho sentimenti ambivalenti su questa partenza: da un lato la conferenza mi interessa e in piu’ ho attaccato anche il fine settimana a zonzo per lo Utah; dall’altro in questo momento non ho nessuna voglia di partire, di separarmi da S., A. e M. => sembra che io sia un padre e marito adorabile, ma forse gioca un ruolo importante anche il fatto che siamo appena tornati dalle ferie e preferirei starmene a casa, anziche’ andare in giro. Poi le conferenze mi innervosiscono, le vivo sempre un po’ come delle esperienze solitarie e alienanti.

Comunque ormai sono in ballo e devo ballare. Lascio l’ufficio poco dopo le 14. Il tassista e’ della categoria loquace (i tassisti si dividono infatti in due categorie diametralmente opposte, quelli che non stanno mai zitti e quelli che non riesci a farli parlare nemmeno dietro promessa di una lauta mancia): lui, tassista di citta’, mi fa un po’ di tirate contro i taxi dell’aeroporto, i quali sono i soli che hanno il permesso di prendere persone all’aeroporto. Mi dice anche che nei giorni in cui va male non riesce a portare a casa piu’ di 100$ netti, cifra che a me sembra bassissima, ma gli credo. Comunque non si lamenta. Penso che sia indiano o pachistano, come la maggior parte dei tassisti di Toronto.

Il grosso dubbio della partenza e’ il barilotto di liquido per le lenti: me lo faranno passare i famigerati addetti della TSA e i loro omologhi canadesi? Da quello che leggo online dovrei farcela se lo dichiaro, lo metto in un sacchetto a parte e al limite me lo testano. Il problema dovrebbe porsi solo per le soluzioni pulenti basate su perossido di idrogeno al 3%, ma il mio liquido e’ assolutamente innocuo.

La cosa migliore del volare negli States dal Canada e’ che se non altro si fa l’immigrazione alla partenza, facilitando cosi’ tempi e procedure per le coincidenze negli aeroporti americani. Faccio dei gran sorrisoni e qualche battuta all’americanone che mi interroga, ma lui rimane neutro, mi chiede che vado a fare e gli spiego. La cosa piu’ divertente e’ che mi dice che non sembro italiano, per come parlo inglese. Ovviamente mi fa piacere, ma li’ per li’ sembra quasi inquisitivo: non crede che io sia italiano? Mi chiede come mai parlo cosi’ bene, con accento canadese (ma i Canadesi hanno un accento alle orecchie degli Americani? boh). Gli dico che sara’ perche’ vivo in Canada da 5 anni e la cosa finisce li’.

Passo il controllo di Toronto, sotto lo sguardo annoiato ma vagamente sornione dell’addetta canadese, che annuisce di fronte alla mia segnalazione sul liquido delle lenti a contatto. Non me lo testano neanche, sono quasi deluso.

Arrivo al gate con ampio anticipo e qui inizia la fase piu’ ansiogena del viaggio: l’aereo che mi deve portare a Chicago, dove ho la coincidenza, e’ in ritardo di piu’ di un’ora e c’e’ il rischio che poi si debba aspettare altri 45 minuti prima di decollare per Chicago. Pare che ci sia tempo molto brutto a Chicago e tutti i voli sono in ritardo. Temo di non riuscire piu’ a prendere il volo per Salt Lake City e inizio a innervosirmi: mi aspettavo di avere problemi al ritorno, dove ho solo 50 minuti tra un volo e l’altro a Houston, non all’andata. Pero’ non ho alternative, posso solo aspettare e sperare che i controlli di sicurezza a Chicago siano snelli. E poi il personale di United mi rassicura: e’ probabile che anche il tuo volo a Chicago sara’ in ritardo, per cui stai tranquillo. Non sono per niente tranquillo. Passo il tempo usando il wifi gratuito dell’aeroporto di Toronto, cercando di capire in quale terminal atterro, come muovermi per arrivare al terminal del volo per Salt Lake City e cosi’ via. A complicare ulteriormente la situazione il fatto che volo con United da Toronto a Chicago, ma poi prendo un American Airlines da Chicago a Salt Lake City, per cui non ho nemmeno il boarding pass della coincidenza. E mi sembra di ricordare che l’aeroporto di Chicago sia enorme. Se non altro ho solo bagaglio a mano, per cui male che vada avro’ tutto con me se mi tocca dormire a Chicago.

Alla fine parto da Toronto con quasi due ore di ritardo. Sono fritto. Il volo passa tranquillamente. Niente cibo, solo da bere. Dopo due ore e rotte arriva a Chicago e mi rendo conto di quanto imbecille sono: Chicago e’ un’ora indietro rispetto a Toronto, per cui in realta’ ho ancora un’ora di tempo per prendere la coincidenza. Corro come la famosa gazzella che scappa dal leone (nella versione di Aldo, Giovanni e Giacomo). Problema: sono nel terminal della United e non c’e’ nessuna informazione riguardo ai voli di American Airlines, per cui non posso che andare verso il terminal che ho visto online da Toronto e sperare in bene. Per fortuna riesco a fare tutto a piedi di terminal in terminal senza dover piu’ fare di nuovo i controlli di sicurezza. Arrivo al gate un quarto d’ora prima dell’imbarco, mi fanno il boarding pass e sono cosi’ contento che inizio a chiaccherare con chiunque, dalla signora in fila per prendere una macedonia al tizio seduto di fianco a me. In pratica passo dalle palpitazioni all’euforia senza soluzione di continuita’.

Il volo passa tranquillo. Ho la fortuna di avere il posto in corrispondenza dell’uscita di sicurezza sulle ali, per cui mi stravacco alla grande. La cabina e’ semi-vuota. Hostess e steward sono di buon’umore e simpatici. Scherzano a ogni annuncio.
Abbiamo un lungo tramonto di fronte a noi, vagamente spostato sulla destra (ci muoviamo infatti verso Sud-Ovest). Luna quasi piena, quando il volo arriva a Salt Lake City le montagne e il deserto sono vagamente illuminati.

Arrivo in albergo sul tardi ma sono molto contento di aver scampato il pericolo di un pernottamento a Chicago. L’albergo e’ molto lussuoso e la camera ancora meglio. E’ probabilmente la camera migliore nella quale abbia mai dormito: c’e’ un salottino separato dalla zona notte con divano e poltrone, due armadi a muro, bagno e antibagno, legno e marmo da tutte le parti. Mi sento come un ladro che si e’ intrufolato in una camera non sua. Dormo come un ghiro.

Il primo giorno della conferenza inizia con un’ottima colazione all’aperto, all’ombra dell’edificio mastodontico del Grand America. L’aria e’ meravigliosamente secca e per il momento non troppo calda, a 1330 metri s.l.m. La temperatura nelle sale e’ fredda ma sara’ che ormai mi sto temprando all’uso idiotico dell’aria condizionata da parte di Americani e Canadesi, comunque non mi sento troppo a disagio.

Vedo un po’ di facce conosciute, un paio di tizi di Toronto arrivano persino a salutarmi, ma non mi sento parte integrante di una community tanto da arrivare a fare l’amicone con tutti. Nel corso di questi tre giorni e mezzo rivedo e saluto una decina di persone circa, e ne conosco altrettanti: per me un vero successo, ma continuo a pensare che le conferenze siano fondamentalmente delle esperienze alienanti se non vai con qualche collega o se non sei un consulente/conferenziere che vive di pane e conferenze. Da un punto di vista sociale passo i momenti migliori con Andrea, del quale avevo sentito parlare bene da parte di Matteo: purtroppo non ho assistito alla sua sessione ma nel tardo pomeriggio abbiamo fatto una bella chiaccherata ai bordi della piscina a raccontarci storie e aneddoti americani e canadesi. In serata mi faccio un giro downtown, arrivo al tempio mormone e faccio un po’ di foto al tramonto. Mangio sul tardi in un ottimo sushi bar, dove mi chiedono un documento all’ingresso per dimostrare che ho piu’ dell’eta’ richiesta per consumare alcolici => dico alla ragazza all’ingresso che lo prendo come un complimento ma lei manco mi sorride.

Da notare che quando rientro in camera trovo la luce accesa, musica soffusa, un accapatoio sul letto, cioccolatini, pantofole: sono impressionato e mi sento contemporaneamente un po’ proletario/provinciale in gita premio. E’ cosi’ che si tratta bene la classe dirigente?

Risveglio vagamente problematico. Un pelo di mal di testa, forse dovuto all’altitudine. Collegamento skype con la famiglia a Toronto: A. mi dice letteralmente “Ti manco tanto”, anche se ovviamente intende l’opposto. Solita insalata linguistica, sta traducendo letteralmente “I miss you”. Trovo che sia amorevole quando fa cosi’ e mi spiace quasi correggerlo.

Il menu del secondo giorno non e’ all’altezza del primo, ma non mi lamento. In serata Andrea e io andiamo a mangiare un ottimo e pantagruelico thai. Mentre passeggiamo per downtown nel tentativo disperato di digerire, Andrea incappa in un gruppetto di persone che hanno assistito al suo intervento, tutti e tre molto piu’ giovani di Andrea e del sottoscritto:

  • Bardia, americano di Chicago, penso seconda generazione di immigrati iraniani;
  • Sally, di Toronto, di origine indefinibile, azzarderei vagamente mediorientale, ma chissa’;
  • Tiger, anche lui di Toronto, ma chiaramente cinese.

Seguiamo il trio in una steak house dove Andrea e io li guardiamo mangiare, limitandoci a una birra. Chiacchere piacevoli, senza troppo impegno, anche se puntiamo ogni tanto persino sul sociale e sul politico. Tiger dice che il problema di Toronto e’ che c’e’ troppa gente che vive di welfare e cosi’ la citta’ non ha soldi per pulire i graffiti (il tutto nasce da un’osservazione casuale di Bardia che dice che Salt Lake City e’ proprio pulita, niente spazzatura, niente tag sui muri e cosi’ via). Penso: ma che **BEEP** sta dicendo? Bardia legge il mio silenzio e mi chiede se sono d’accordo. Gli dico: per niente, il mio era un silenzio tattico. Bardia ride e mi sta subito simpatico.
La digestione non migliora piu’ di tanto, ma la serata scorre piacevomente.

Il giorno dopo mi sento ancora piu’ abbrutito e la mia colazione non va piu’ in la’ di un caffe’. Il mal di testa picchia ancora piu’ forte. Bevo come un cammello. Niente pranzo, stasera c’e’ la cena ufficiale. Allora mi ritiro in camera e mangio un’insalata greca, abbastanza per ingoiare due pastiglie contro il mal di testa.

Verso le 7 di sera, uno spettacolo di parkour da’ il via alla serata. Sono bravi, ma un po’ ripetitivi. E poi detesto queste metafore dell’agilita’. La cena e’ buona, ma il party e’ francamente una palla. Prima del dessert si esibiscono degli acrobati sul trampolino, alcuni con gli sci ai piedi: fanno parte della squadra americana di freestyle. Per certi versi piu’ impressionanti dei parkour-isti (si dira’ cosi’?). Alla fine una band a meta’ strada tra blues, soul e gli Abba anima la serata e dopo dopo un po’ me ne vado fuori dalle scatole, il tutto non e’ spaventosamente attraente.

La mattina perfeziono l’ultimo preparativo per il weekend a Moab: voglio infatti andare a far visita all’Arches National Park, suppergiu’ 400 Km a Sud-Est di Salt Lake City. I preparativi constano di:

  • comprare un tubetto di crema solare che non mi venga requisito in aeroporto => preso in hotel;
  • prenotare la macchina => finisco con Enterprise in aeroporto, purtroppo e’ l’unica possibilita’ riconsegnando la macchina di domenica;
  • prenotare un hotel => tutti i suggerimenti della Lonely Planet sono pieni per il weekend, per cui finisco in uno Sleep Inn, caruccio ma con un rating decente su Trip Advisor;
  • prendere un cappello a tesa larga per non friggermi il cervello nel deserto => mi serve davvero? per il momento ho un’idea diversa, vedi oltre.

La conferenza si chiude e io schizzo all’aeroporto. Prendo a bordo un tizio di San Francisco molto simpatico, con il quale chiacchero lungo il tragitto, e un indiano non molto loquace. Enterprise mi da’ una Chevrolet Equinox nuova di zecca: il tachimetro segna solo 12 miglia. La macchina e’ onestamente una favola: radio satellitare, tettuccio, 9 marce, videocamera posteriore per la retromarcia, sedili in pelle e svariate altre cose che scopro poi un po’ per volta. Perche’ ho preso un SUV? Perche’ non so ancora bene esattamente che giri faro’ a Moab e puo’ dirsi che mi infili per strade bianche, dove e’ altamente consigliato l’utilizzo di una macchina a 4 ruote motrici.

Sono elettrizzato, ero stra-stufo di stare in albergo, preferisco essere in viaggio. Il tragitto e’ facile:

  • un pezzetto di 80 fino a incrociare la 15;
  • giu’ sulla 15 fin oltre Provo (dicono che sia la citta’ piu’ conservatrice degli US => meglio pedalare);
  • poi la 191 fino a Moab, con un breve tratto lungo la 70.

Una volta lasciata la 15 lo scenario cambia molto: la strada sale a un passo oltre i duemila metri e poi scende in mezzo al deserto. Lo scenario circostante assomiglia sempre di piu’ all’Arizona e poi mano a mano sabbia, terra e roccie si colorano di rosso.

Arrivo a Moab che sono quasi le 6 di sera e la temperatura e’ soffocante: siamo sui 35 gradi. Lo Sleep Inn non e’ male, il letto e’ enorme e c’e’ persino una poltrona di quelle che ti massaggiano. Faccio una prova, ma devo dire che e’ scomodissima, continuo a saltare, meglio lasciar perdere. Mi informo al Visitor Center (qui si dice Center, mentre in Canada e’ Centre) se abbia senso andare a vedere il tramonto a Dead Horse Point, come consigliatomi dal concierge a Salt Lake City, e poi fare un salto ad Island in the Sky, ma un ranger molto gentile scuote la testa e mi dice che ho tempo solo per Dead Horse Point e, anzi, mi conviene sbrigarmi.

Arrivo a Dead Horse Point che mancano una ventina di minuti al tramonto. La strada per arrivarci da Moab e’ una salita dolce immersa in canyon rosso fuoco, fino a che non arriviamo all’altopiano di Dead Horse Point. In pratica si tratta di una versione in “miniatura” del Grand Canyon, anch’essa scavata dal Colorado e dipinta di rosso. Il tramonto e’ straordinario, arricchito dalla presenza della luna piena. Unico inconveniente sono una mandria di Francesi vocianti che continuero’ a trovare anche il giorno successivo ad Arches. Per una volta non sono gli Italiani i viaggiatori piu’ sgradevoli, anzi, ne trovo qualcuno mite ed estasiato, coppiette isolate qua e la’.

Torno da Dead Horse Point di buon umore e con le ali ai piedi. Scoiattoli e leprotti attraversano la strada di fronte a me di tanto in tanto. Ormai e’ buio. A Moab, decido che e’ troppo tardi per cenare, ma mi concedo un gelato piu’ che decente in un posto che scrive “gelato” sull’insegna, non ice-cream (spesso un ottimo segno). Il pistacchio e’ finalmente mangiabile, non sublime ma se non altro non ha il gusto artificiale e orrendo che si trova sempre in giro a Toronto. Il cioccolato con scaglie e chipotle invece e’ molto buono, con un bislacco retrogusto piccante. A nanna relativamente presto.

Sveglia alle 6, voglio essere ad Arches poco dopo l’alba, altrimenti corro il rischio di sciogliermi al sole. Mi porto quasi 5 litri d’acqua, di cui 1 congelato. La prima tappa e’ a Delicate Arch, il simbolo dello Utah e probabilmente l’arco piu’ famoso. Lascio la macchina e mi avvio di buon passo, come se fossi senza figli (vero) e avessi 20 anni di meno (falso). La temperatura e’ relativamente fresca per il momento, sui 25 gradi. Il sentiero inizia a salire e procede su un misto di sabbia e rocce rosa che mi ricordano Zion. Dopo un tre quarti d’ora arrivo finalmente all’arco e devo dire che e’ veramente uno spettacolo. L’unico neo e’ che se fossimo al tramonto il sole lo illuminerebbe alle nostre spalle e sarebbe molto piu’ bello, ma i ranger me l’hanno sconsigliato: la temperatura nel parco non inizia a scendere prima di notte. Mi riposo, bevo, contemplo l’arco e poi scendo a balzelloni. Ci metto solo 15′ a tornare alla macchina e forse esagero un poco.

Vado all’estremo Nord del parco, Devil’s Garden. Quando inizio a camminare di nuovo sono le 9 del mattino e inizia veramente a far caldo. Mi infilo una maglietta in testa a mo’ di velo che copre spalle, collo e orecchie e ci calco sopra il cappello. Non esattamente all’ultima moda ma efficace. Bevo. Inizio a vedere persone attorno a me che sembrano sull’orlo di un collasso.

Landscape Arch e’ facilmente raggiungibile. Per certi versi e’ piu’ impressionante di Delicate Arch, piu’ instabile. Chissa’ per quanti anni resistera’ ancora? Non piu’ di 20 anni fa ci fu un crollo che levo’ un’altra fetta di roccia. Riusciranno a vederlo i miei figli?

Conosco un tizio dell’Ontario di 66 anni a zonzo per il Nordamerica con la moglie, lasciata in albergo oggi. Mi racconta dei suoi viaggi, di quando sono stati sbalzati fuori dal gommone facendo rafting. Gli manca qualche dente, ma spero di avere il suo dinamismo alla sua eta’.

[…muore la batteria, completo il tutto la mattina del 15 agosto, a Port Credit…]

Devio verso Navajo Arch e Partition Arch. Bellini, ma forse un po’ rovinati dalla presenza costante di bambini francesi schiamazzanti. Quelli con il fischietto in particolare risvegliano in me un istinto verso la punizione fisica che stento a frenare.

Proseguo verso Double O Arch, superando creste di roccia e facendomi trainare per l’ultimo tratto da un gruppo atletico che mi fa da lepre. I due archi sono belli, uno sopra l’altro, ma anche qui gli stramaledetti turisti francesi sono onnipresenti. Penso che bisogna tornare a settembre o in primavera, quando e’ piu’ fresco e ci sono meno turisti in giro. In albergo infatti mi dicono che non si aspettavano cosi’ tanta gente ad agosto, di solito fanno il pieno a settembre, ma di pensionati.

Sono stanco, molto stanco. Continuo a bere, ma l’acqua ormai e’ calda. Torno indietro. L’ultimo chilometro e mezzo e’ uno strazio. Ciondolo un po’, ma nulla in confronto ad altri. E’ ormai l’una e fa un caldo terribile, spossante. Penso alle mie bottiglie di acqua congelata in macchina e mi chiedo se hanno resistito. Ancora qualche passo. Mamma che stanchezza. Ci siamo. Bevo acqua gelida voluttuosamente. Cosi’ va meglio.

Adesso mi riposo un attimo e poi vado a vedere qualche altro arco. Mi metto in pista. Tunnel Arch e’ a un tiro di schioppo. Non c’e’ molto neanche piu’ da camminare, ormai tutti gli altri archi sono a disposizione di brevi tragitti di qualche centinaio di metri al piu’. Ma non ce la faccio, semplicemente sono troppo stanco. Decido di fare una capatina al Visitor Center per rinfrescarmi, ma quando ci arrivo penso che dopotutto l’albergo non e’ lontano, meglio andare a risposarsi.

Arrivo in albergo, mi tolgo le lenti a contatto, spengo l’aria condizionata, chiudo la tenda, mi avvolgo in un asciugamani e dormo letteralmente tutto il pomeriggio. Era da anni che non mi ricordavo di essere cosi’ spossato. Emergo verso le 6 di sera, mi faccio una doccia, imburro le parti esposte al sole anche se le ho protette bene con svariati strati di crema, e chiamo casa con skype. Piu’ tardi esco e mi concedo un meritatissimo ristorante messicano, dove mangio un burrito di carne asada che mi fa quasi piangere dalla gioia per quanto e’ buono.

Faccio il turista e compro qualche maglietta per la famiglia rimasta a casa. I negozi sono pieni di italiani che prendono di tutto, compresi prodotti “locali” made in Arizona, Colorado, Nevada, persino Cina. La frenesia del souvenir.

Il giorno dopo mi sveglio presto di nuovo, colazione un po’ piu’ moderata e poi parto per Salt Lake City, dove arrivo poco prima delle 11. Faccio il check in e una tizia di Continental gentile mi mette nella standby list per il volo precedente, cosi’ ho magari qualche probabilita’ in piu’ di prendere la coincidenza a Houston. E cosi’ infatti va a finire. Sono molto contento.

Per un attimo sopra Houston il sole tramonta a sinistra e la luna sorge a destra, ma sembra molto piu’ in basso del sole. E’ come se galleggiasse direttamente sulla foschia sopra la terra qualche migliaio di metri piu’ sotto. Bellissimo, mai visto niente del genere.

Alle 11 e mezza di sera vedo il sorriso di S. tra la folla degli arrivi di Toronto. Casa. Le mie magliette non producono gli “ooooohh”, “che carina”, “grazie”, che speravo ma non importa. E’ bello essere qui, finalmente.

Pubblicato da: thinkingbox | 14 giugno 2011

Il conflitto piu’ strano della mia vita

Ore 22.30, M. in braccio addormentato, lo sto portando a letto (mazza, quanto pesa!). Driiin! Chi c***o e’ a quest’ora?

“Hello?”

“Sono XXXX, ci sono 3 tizi che mi stanno spiando, sono nascosti nell’albero qui di fronte”.

Come si dice qui: WTF!?! (e non sto parlando della federazione mondiale di taekwondo)

Facciamo qualche passo indietro. Nel corso dell’ultimo long weekend il mio amico XXXX mi manda dei messaggi dicendo che e’ nei guai. Sul momento non ci faccio molto caso, la cosa avviene in un contesto in cui stavamo chiaccherando e scherzando di questo e quello. Sembra piu’ uno scherzo e lui non mi pare molto preoccupato. Purtroppo non vi posso raccontare i dettagli, ma il martedi’, giorno di rientro al lavoro, e’ chiaro che in qualche modo un problema c’e’, anche se non riesco a capire quanto reale e quanto immaginario. XXXX e’ in un estremo stato confusionale e a volte sfiora la paranoia.

Arriviamo quindi alla telefonata: non posso esimermi dal dirgli che arrivo subito, il tempo di vestirmi (ero pronto ad andare a letto). Ci diamo appuntamento nella hall dello Sheraton downtown, manco fossimo due agenti segreti. E qui inizia uno dei momenti piu’ strani della mia vita. Da una parte c’e’ XXXX, in un estremo stato di ansia, talmente alterato che non posso capire se ascoltandolo vado a infilarmi in un guaio, una di quelle storie che leggi nelle pagine della cronaca nera il giorno dopo. Dall’altra ci sono la lealta’ e l’amicizia: se una persona che ti e’ vicina e’ nei guai, la aiuti, anche a costo di rischiare del tuo. E fin qui tutto normale. Cio’ che spariglia le carte e’ la famiglia: S. che piange, ha paura che mi possa succedere qualcosa e insiste perche’ io non vada, mi dice di ricordarmi che ho anche una famiglia… e’ una frase da film, ma e’ dannatamente reale, non avrei mai pensato di sentirmela dire veramente.

Comunque vado, nonostante tutto. Ci metto circa 20 minuti ad arrivare allo Sheraton a quell’ora e lungo il tragitto mi immagino di tutto. Piu’ che altro rifletto sulla potenza di questo strano conflitto di emozioni, non necessariamente contrapposte, ma che sicuramente si muovono su piani che non si toccano. Poi la storia si risolve in maniera ragionevole, anche se, ancora una volta, non posso dirvi di piu’. Sto ancora vivendo degli strascichi, forse il mio rapporto con XXXX e’ cambiato, ma alla fin fine tutto bene. Almeno per il momento.

Pubblicato da: thinkingbox | 30 maggio 2011

E che Dio salvi la Regina, sigh

Una buona parte della mattinata di domenica e’ stata passata a insegnare ad A. l’inno inglese.

Infatti questa mattina A. deve andare in gita alla Old Britannia Schoolhouse e quindi l’inno inglese sara’ d’obbligo. Non solo: dovra’ vestirsi anche con un abbigliamento d’epoca ed evitare tutti i materiali della modernita’ (plastica, velcro, ecc.).

S. voleva insegnargli la versione dei Sex Pistols, ma non siamo del tutto sicuri che i Canadesi avrebbero apprezzato… 🙂

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